Luci e ombre del disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 6 febbraio 2009: breve commento in tema di equa riparazione e di modifica della legge “Pinto”

Strasburgo, 9 marzo 2009 – Il 6 febbraio 2009 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge recante: “Disposizioni in materia di procedimento penale, ordinamento giudiziario ed equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo. Delega al Governo per il riordino della disciplina delle comunicazioni e notificazioni nel procedimento penale, per l’attribuzione della competenza in materia di misure cautelari al tribunale in composizione collegiale, per la sospensione del processo in assenza dell’imputato, per la digitalizzazione dell’amministrazione della giustizia nonché per la elezione dei vice procuratori onorari presso il giudice di pace.”.

Al Capo VI sono previste nuove norme in materia di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo. L’art. 23 prevede infatti sostanziali modifiche alla legge n. 89 del 24 marzo 2001 (la c.d. legge “Pinto”).

In particolare si indica in modo analitico la durata della procedura civile o penale da tenere in considerazione ai fini dell’eventuale quantificazione del danno per violazione dell’art. 6 § 1 della Convenzione, individuando l’inizio e la fine del procedimento e dando indicazioni su quando una fase processuale può essere considerata ragionevole. In linea di massima, questa parte può ritenersi conforme alla giurisprudenza della CEDU.

Per contro, il comma 3-ter, che prevede una durata non irragionevole per i vari gradi di giudizio (tre anni per il primo grado, due anni per il secondo grado, un anno per il ricorso in cassazione e un anno per l’eventuale giudizio di rinvio), non sembra essere conforme alla giurisrpudenza della CEDU.

Inserendo poi il comma 3-quater, il legislatore introduce un nuovo principio, che a mio parere non è conforme alla giurisprudenza della CEDU, ossia il fatto che “l’indennizzo possa essere ridotto fino a un quarto quando il procedimento cui la domanda di equa riparazione si riferisce è stato definito con il rigetto delle richieste del ricorrente, ovvero quanto ne è evidente l’infondatezza”.

D’altra parte, il risarcimento del danno per la violazione del diritto alla durata ragionevole di una procedura, garantito dall’art. 6 § 1 della Convenzione, non può essere legato all’esito della procedura stessa, essendo questo un elemento assolutamente ininfluente rispetto alla lungaggine riscontrata.  

Il comma 3-quinquies introduce poi una procedura particolarmente laboriosa che a mio parere limiterà la possibilità in concreto di richiedere il risarcimento per i danni conseguenti alla violazione del diritto ad un processo di durata ragionevole.

Il legislatore ha infatti previsto che entro sei mesi dall’inizio di ciascun grado di giudizio, l’interessato, pur non sapendo ancora se la durata della procedura in corso sarà eccessiva, avrà l’obbligo di presentare una speciale istanza per chiedere “una sollecita definizione del processo”. Se tale richiesta non dovesse essere presentata, l’interessato non potrà chiedere in futuro alcun risarcimento del danno per la violazione dell’art. 6 § 1 della Convenzione.

Se invece la richiesta dovesse essere presentata tardivamente, ai fini della liquidazione del danno, si terrà conto solamente del periodo successivo alla presentazione di tale istanza.

Ora alcune considerazioni sono d’obbligo.

Le modifiche apportate possono essere lette alla luce di un recente documento, emanato dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, con cui si invitava l’Italia ad una riflessione per un’eventuale modifica della legge “Pinto”. L’obiettivo sarebbe quello di porre in essere un sistema di finanziamento che permetta di regolamentare i problemi di ritardo nel pagamento dei risarcimenti, predisponendo una semplificazione della procedura ed estendendo il campo di applicazione di questa via di ricorso.

A mio parere l’obbligo di dover presentare un’istanza di sollecita definizione del processo non sembra capace di semplificare la procedura esistente.

In concreto potrebbe infatti succedere che ciascuna parte in ciascun procedimento, penale, amministrativo o civile che sia, depositi contestualmente alla propria costituzione anche l’istanza di sollecita definizione del giudizio.

Tuttavia, se ciò dovesse succedere, non essendo stata apportata alcuna modifica strutturale al sistema giustizia, la richiesta non avrebbe alcun effetto positivo sull’accelerazione della procedura.

Sorgono inoltre dubbi sull’eccessiva compressione del diritto garantito dall’articolo 6 § 1 della Convenzione.

Difatti la mancata presentazione di tale istanza precluderebbe la possibilità di accedere ad un successivo giudizio a livello nazionale di accertamento della violazione di un diritto convenzionale.

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